BERNARD Frischer è il decano della realtà virtuale. Direttore
del Cultural Virtual Reality Lab dell’Università di Los Angeles si
è interessato dell’applicazione della tecnologia nel campo dei Beni
Culturali sin dagli anni 70.
Professore, come è nato il suo interesse per la realtà virtuale
applicata ai beni culturali?
«Avevo ventiquattro anni ed ero a Roma per una borsa di studio.
E’ stato folgorante vedere il plastico della Roma antica che è conservato
al Museo della Civiltà Romana dell’Eur. Volevo mostrarlo alla mia
università ma le fotografie non mi soddisfacevano. Così realizzai
un video, fatto di singoli scatti, che potesse rendere l’idea e trasmettere
a chi guardava la sensazione di essere dentro, immerso non nel plastico
ma nell’antichità».
La realtà virtuale, oltre ad un utilizzo didattico, aiuta anche
la ricerca scientifica?
«Questo mezzo è una scoperta pari all’invenzione del cannocchiale
o del microscopio, per intenderci. Quando si lavora su un progetto
si seguono delle regole precise e l’osservazione dei luoghi, con l’aiuto
dell’archeologia, permette di comprendere eventi del passato che ancora
non si erano scoperti».
Quali sono i tempi di realizzazione di un progetto e come si sceglie
l’epoca su cui intervenire?
«I tempi variano a seconda del sito che studiamo. Uno dei più lunghi
è stato proprio quello del Foro Romano: è durato sette anni. Il Colosseo,
invece, l’abbiamo realizzato in tre mesi, scegliendo come epoca gli
anni 80 in cui governava Tito. La scelta del periodo è fondamentale:
quando Tito era al potere, Roma ancora non aveva subito le devastazioni
e i saccheggi che poi ci sarebbero stati e l’Anfiteatro Flavio era
ancora, dal punto di vista architettonico, semplice da analizzare».
Che tipo di collaborazione avete in Italia con il Cnr?
«Abbiamo un continuo scambio di idee sulla metodologia e sugli
standard da utilizzare e ora stiamo lavorando per la realizzazione
di una cosa che, naturalmente, avrei sempre voluto fare: riprodurre
in digitale il plastico di Italo Gismondi».
D. L.