IL MESSAGGERO

CULTURA & SPETTACOLI

Giovedì 4 Dicembre 2003

 
 
Frischer: «Che choc, il Colosseo com’era»
 

BERNARD Frischer è il decano della realtà virtuale. Direttore del Cultural Virtual Reality Lab dell’Università di Los Angeles si è interessato dell’applicazione della tecnologia nel campo dei Beni Culturali sin dagli anni 70.


Professore, come è nato il suo interesse per la realtà virtuale applicata ai beni culturali?
«Avevo ventiquattro anni ed ero a Roma per una borsa di studio. E’ stato folgorante vedere il plastico della Roma antica che è conservato al Museo della Civiltà Romana dell’Eur. Volevo mostrarlo alla mia università ma le fotografie non mi soddisfacevano. Così realizzai un video, fatto di singoli scatti, che potesse rendere l’idea e trasmettere a chi guardava la sensazione di essere dentro, immerso non nel plastico ma nell’antichità».


La realtà virtuale, oltre ad un utilizzo didattico, aiuta anche la ricerca scientifica?
«Questo mezzo è una scoperta pari all’invenzione del cannocchiale o del microscopio, per intenderci. Quando si lavora su un progetto si seguono delle regole precise e l’osservazione dei luoghi, con l’aiuto dell’archeologia, permette di comprendere eventi del passato che ancora non si erano scoperti».


Quali sono i tempi di realizzazione di un progetto e come si sceglie l’epoca su cui intervenire?
«I tempi variano a seconda del sito che studiamo. Uno dei più lunghi è stato proprio quello del Foro Romano: è durato sette anni. Il Colosseo, invece, l’abbiamo realizzato in tre mesi, scegliendo come epoca gli anni 80 in cui governava Tito. La scelta del periodo è fondamentale: quando Tito era al potere, Roma ancora non aveva subito le devastazioni e i saccheggi che poi ci sarebbero stati e l’Anfiteatro Flavio era ancora, dal punto di vista architettonico, semplice da analizzare».


Che tipo di collaborazione avete in Italia con il Cnr?
«Abbiamo un continuo scambio di idee sulla metodologia e sugli standard da utilizzare e ora stiamo lavorando per la realizzazione di una cosa che, naturalmente, avrei sempre voluto fare: riprodurre in digitale il plastico di Italo Gismondi».
D. L.